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Quanto segue è rivolto a tutti coloro che, almeno una volta nella vita, per un motivo o per un altro o anche niente hanno sentito premere in gola (o anche solo nel pensiero. siamo tolleranti, và.) quell’insieme di sillabe che da nome e vita a questo progetto. Qui – siccome si è personcine serie e coscienziose - ci si è a lungo interrogate sulla possibilità di estendere e tradurre il termine in altre lingue: il verdetto finale è che non è possibile. Non è concetto globalizzabile. Magari esportabile, volendosene prendere la briga. Ma la verità è che si tratta di una parola che riflette una disposizione d’animo, mentale e fisica, che nasce dalla romanità e non si è, fin qui, trovata migliore e più concisa espressione del suo significato. Ora, non è necessario spiegare che essere romani non significa essere nati a Roma, vivere a Roma e/o essere della Roma. Ma lo dico comunque, a scansi equivoci, per chi fosse stato assente a scuola quel giorno in cui spiegavano di come alcuni branchi di – fin lì - bifolchi in giro per il pianeta fossero stati resi quantomeno presentabili da gente che veniva da lì. Questo per dire che in realtà siamo tutti romani, all’origine, quindi non c’è da farsi un cruccio se si pronunciano le E aperte o le O chiuse o se si è nati e cresciuti a Dakar. Il punto è che abbiamo – chi più chi meno – disimparato a esserlo, tutto qui. Abbiamo lasciato che si insinuasse il dubbio che forse c’era qualcuno di più paraculo che ci poteva insegnare a vivere meglio di così e glielo abbiamo lasciato fare. Risultato, dopo alcuni secoli: necessità di essere e fare cose di cui in realtà non ci frega un cazzo, oggetti e parole di origine non identificata che sono entrati a far parte del nostro quotidiano ‘mai-più-senza’ e insomma un getto continuo di rotture di coglioni che francamente ci saremmo potuti risparmiare. Ora, c’è chi questo lo ha sempre saputo e mentre passa ciabattando in canotta e grattandosi la panza, butta un occhio (d’accordo: mezzo occhio) sullo sfacelo di questo mondo e, senza fare un plissé, biascica “…’o sapete che c’è? Ma chi ve s’encula.”. Poi rutta. Quello è Dio. O uno dei suoi inviati speciali. 



C’è stato un tempo in cui ognuno di noi ha creduto che la propria vita avesse una qualche importanza. In effetti ce l’ha, mica no. Solo non nel senso in cui lo si credeva. 

C’è poi stato un momento in cui alcuni hanno capito che la gente pensa a loro molto meno di quanto fossero portati a immaginare. Cioè che se esistiamo o meno, andando a stringere, non gliene frega un cazzo a nessuno. (Tranne mamma e papà, ma non è quello il punto. O anche sì, ma tanto gliene frega in relazione al fatto che siamo prolungamenti del loro essere, mica per altri motivi.) Tale consapevolezza arriva come una epifania e da taluni viene vissuta come una liberazione, un pre-giudiziouniversale. Lì nasce e irradia i suoi raggi, come il sole da est, il concetto principe del KITTESENCULA. Naturalmente esso concetto possiede molteplici formule, espressioni, varianti ed estensioni che ora non staremo a prenderci la briga di elencare.Nondimeno esso sorge e trova piena espressione quando viene rivolto, prima di ogni altra cosa, a se stessi. Una volta preso, introiettato e dato per assunto, viene naturale rivolgerlo all’esterno e con una serenità tale che persino Socrate ce va a fa la spesa. I tapini che invece la subiscono come una sconfitta e perciò si deprimono e/o tentano di ribellarsi alla evidenza, sono dei mitomani e kisselincula. Per questo motivo, prima di ogni altro, qui non si vuole (cioè, non è che ‘non si intende, ma hey! se succede ben venga’, no: Non. Si. Vuole.) fare del proselitismo ‘semo-tutti-fratelli-style’, non si intende in alcun modo (per flemma e perché kivvesencula) incoraggiare azioni, aggregazioni, movimenti e simili per poi tutti insieme mettersi d’impegno a rifare il mondo e renderlo finalmente un posto migliore. A meno che ciò non avvenga attorno a un tavolo con molti bicchieri pieni sopra e che, una volta a casa, le velleità suddette vengano vomitate nella tazza del cesso, possibilmente verso l’alba. Famo a capisse. Primo: uno può già considerarsi vicino a Dio se solo riesce vagamente a migliorare se stesso, mica vorremo strafare. Secondo: le collettività sono chiassose e ingombranti e volgari, senza contare che nel momento stesso in cui si diviene gruppo ci si distacca dal concetto originario che lo ha creato (ossia, una specie di “ognuno per sé e kittesencula per tutti”). Non è una operazione commerciale. Non è un movimento politico. Forse  una corrente di pensiero volta al raggiungimento da un lato di un dignitoso distacco, magari un po' stizzito ma principalmente flemmatico-can’t be bothered, dall’ "I want to fit in" (cito Patrick Bateman, American Psycho. Serial killer e agente di borsa. O viceversa.) e dall’altro della consapevolezza che l'universo è immenso e quindi agitarsi tanto è non soltanto inutile ma anche e soprattutto segno di totale ignoranza. Per non parlare del fatto che, da bravi Eurotrash quali siamo, neppure siamo buoni a dare i numeri come si deve e finire a tagliare gole per hobby. Per questo saremo tutti d’accordo che provarci - a “stare dentro” - è una gran fatica e una perdita di tempo che sarebbe infinitamente meglio impiegato nel capire che stai al mondo perché ci sei capitato e, per tanto, è tuo preciso dovere starci il più serenamente possibile, senza rompere troppo i coglioni. 

Qui, dunque, si intende al massimo offrire uno spunto di riflessione, una sorta di incoraggiamento, o mantra, che consenta ad ognuno innanzitutto di ritrovare la propria identità (qualunque cosa quest’ultima parola significhi) e riconoscervisi per ciò che davvero si è: una cosuccia che non è fatta per durare o, come diceva il buon Giuseppe U., “(una) immagine - passeggera – presa in un giro – immortale” (sì, sono stata attenta quei dieci minuti necessari alla lezione sull’ermetismo, per poi tornare a fare i cuoricini sulle I nel diario). 

Ecco, una volta assodato questo si può iniziare a discutere e magari pure a cazzeggiare. Inutile che annuite e vi dimenate con l’occhietto baluginante, ché sembra facile ed evidente, ma non lo è. Il primo passo verso l’illuminazione (o atto di fede) è sempre il più difficile. Quindi vedete gentilmente di tacere, invece di mettere su quell’aria di chi ha capito tutto: andatevela prima di tutto a pia ‘nder culo. Poi parlate. 


P,w♥ 

(TO BE CONTINUED….)